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La versione integrale dell'intervento del Presidente Roberto Vasai, in apertura del Consiglio Provinciale straordinario sul tema della trasformazione delle Province in ente di secondo livello.
Vorrei cominciare – e credo che i consiglieri provinciali, con cui dividiamo la costante attività di questa che è la massima assise provinciale, mi comprenderanno – con un saluto e un ringraziamento a tutti coloro che hanno accettato il nostro invito a partecipare a questo Consiglio Straordinario.
Un saluto speciale, poi, lo rivolgo ai dipendenti dell’ente, che oggi si sono autoconvocati in assemblea, per poter assistere a questo dibattito Con loro ho intrattenuto sempre un rapporto molto schietto, in particolare nel corso di questi ultimi mesi, nel bene e nel male; ed è anche grazie al loro impegno e alla loro condivisione che, nonostante le gravi difficoltà che siamo stati costretti ad affrontare, posso dire con orgoglio che la Provincia di Arezzo resta, ad oggi, una delle più virtuose nell’intero panorama nazionale.
Mi scuserete se leggo, ma vista l’occasione credo mi comprenderete.
Ciò detto, vorrei subito entrare nell’argomento che oggi abbiamo all’ordine del giorno e che attiene alla vita dell’intera comunità provinciale, ovvero : il futuro di questo ente e della sua capacità di continuare a svolgere il ruolo che gli affida la Costituzione, di tutore degli interessi dei cittadini, in modo pari ordinato a Comuni, Regioni e Stato centrale, ognuno per le proprie competenze.
Con la conversione in legge del D. L. 6 dicembre 2011 n. 201 (Legge 214/2011), contenente “Disposizioni urgenti per la crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici” è stato fissato il percorso che dovrebbe – e scusate se uso il condizionale, ma poi capirete - definire la riorganizzazione funzionale delle Province. Perché, non di abolizione si tratta, come tutti voi ben sapete, bensì di trasformazione di un ente, che la Costituzione definisce come costitutivo della Repubblica, in un soggetto di secondo livello, preposto a fare cose ben diverse da quelle che fa oggi, anche se ancora non è ben chiaro cosa dovrebbe fare.
Aldilà e oltre le opinioni, tutte rispettabili sulle Province, vediamo esattamente cosa prevede la Legge 214/2011. Potrebbe sembrare superfluo soffermarsi sul disposto della legge, ma credo che oggi dobbiamo cominciare seriamente a confrontarci con i fatti, aldilà delle molte parole spese, spesso a vanvera, nei mesi scorsi.
Oggi i fatti sono questi :
La legge 214 prevede che la nuova Provincia debba avere esclusivamente le funzioni di indirizzo e di coordinamento delle attività dei Comuni nelle materie e nei limiti indicati con legge statale o regionale. Cosa significhi questo non è dato, per ora capire.
Poi, stabilisce che - e leggo testualmente - sono organi di governo della Provincia il Consiglio provinciale ed il Presidente della Provincia. Tali organi durano in carica cinque anni. Il Consiglio provinciale sarà composto da non più di dieci componenti eletti dagli organi elettivi dei Comuni ricadenti nel territorio della Provincia. Le modalità di elezione dovranno essere stabilite con legge dello Stato entro il 31 dicembre 2012. Il Presidente della Provincia sarà eletto dal Consiglio provinciale tra i suoi componenti.
Ciò premesso, si disciplina la fase transitoria, prevedendo che lo Stato e le Regioni, con propria legge, secondo le rispettive competenze, provvedono a trasferire ai Comuni, entro il 31 dicembre 2012, le funzioni conferite dalla normativa vigente alle Province, salvo che, per assicurarne l’esercizio unitario, le stesse siano acquisite dalle Regioni, sulla base dei principi di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza.
La legge, dunque, mette al centro dell’intero processo le Regioni, cui del resto sono riconducibili molte delle funzioni che la Provincia esercita. In caso di mancato trasferimento delle funzioni da parte delle Regioni entro il 31 dicembre 2012, si provvede in via sostitutiva, ai sensi dell’articolo 8 della legge 5 giugno 2003, n. 131, con legge dello Stato.
E qui – faccio un piccolo inciso - ci troviamo di fronte al primo problema serio, perché non è affatto chiaro come sia possibile per lo Stato intervenire, nel caso in cui le Regioni non ottemperino, con potere sostitutivo su materie di competenza regionale.
Ammesso che sia risolvibile questo problema, da solo capace di scatenare grande conflittualità ( basti dire che la regione Piemonte ha fatto ricorso, su questo e su altre questioni, alla Corte Costituzionale), la legge prevede che Lo Stato e le Regioni, secondo le rispettive competenze, provvedono altresì al trasferimento delle risorse umane, finanziarie e strumentali per l’esercizio delle funzioni trasferite, assicurando nell’ambito delle medesime risorse il necessario supporto di segreteria per l’operatività degli organi della provincia.
Una operazione da niente che, a livello nazionale riguarda circa 60.000 persone, migliaia di immobili, beni strumentali di ogni genere, etc… etc,,,
Per quanto riguarda gli Organi eletti oggi in carica, la legge prevede che gli Organi provinciali che devono essere rinnovati entro il 31 dicembre 2012 siano commissariati, mentre, gli Organi provinciali che devono essere rinnovati successivamente al 31 dicembre 2012 – come nel nostro caso - restano in carica fino alla scadenza naturale. Ciò vuol dire che entro un paio di mesi 7 province italiane dovranno essere commissariate senza alcuna ragione reale e questo non sarà né automatico, ne scontato, perché le 7 Province hanno già preannunciato altrettanti ricorsi ai Tar.
Nei giorni scorsi, un illustre costituzionalista, come il Presidente emerito della Corte Costituzionale Valerio Onida, ha scritto su Il Sole 24 Ore - uno dei giornali che aveva guidato la campagna abolizionista – che la legge voluta dall’attuale Governo è palesemente anticostituzionale e che la questione deve essere portata dinanzi alla Consulta. Auguriamoci che accada presto, prima che questa istituzione sia definitivamente delegittimata.
Prima di fare ogni possibile considerazione sul merito e sul metodo di questa operazione come minimo spregiudicata con cui si cerca di risolvere in modo semplicistico una questione di elevata complessità, vediamo quali sono gli effetti di questo che, a mio avviso, per come è congegnato, rappresenta un vero e proprio attacco all’ordinamento dello Stato.
La prima conseguenza immediata è il blocco totale degli investimenti programmati. E’ evidente che, alla luce di quanto prevede la legge, i progetti in corso dovranno essere ridimensionati entro i confini temporali annuali. Per quanto ci riguarda, il piano di investimenti che, pur dopo la pesante cura dimagrante che ci è stata imposta e nel pieno rispetto del Patto di Stabilità, prevedeva investimenti per oltre 85 milioni non potrà essere approvato. E meno male che questo Governo ci spiega ogni giorno che il futuro del paese dipenderà dalla crescita economica.
In pratica, mentre a livello nazionale ci si è accapigliati su tutto e si è fermata completamente la macchina degli investimenti, a livello locale le Province sono state tra le più attive a sostenere gli investimenti in infrastrutture essenziali per lo sviluppo dei territori. Nel nostro caso, senza voler scendere in cifre di dettaglio e resoconti che sono stati regolarmente fatti di anno in anno, la Provincia ha garantito negli ultimi dieci anni, investimenti per oltre 500 milioni di Euro, su strade, scuole, difesa del suolo ed altro.
Pensiamo, poi, ai gravissimi problemi che saranno conseguenti alla realizzazione di una operazione concettualmente improponibile quale rischia di essere il trasferimento ai comuni delle competenze delle Province; competenze che sono strutturalmente di livello sovraccomunale e che, proprio per questa loro natura, non possono essere spezzettate, per esempio tra i 39 comuni di questo territorio.
L’alternativa, secondo la legge, dovrebbe essere l’accentramento di tali competenze a livello regionale, nelle mani di un ente – la Regione – costituzionalmente pensata non per la gestione, bensì per la programmazione. Succederà allora inevitabilmente che funzioni e personale verranno trasferiti con logiche diverse, parte al comune capoluogo o a quelli comunque di maggiori dimensioni; e parte alla Regione, che probabilmente dovrà creare agenzie locali ad hoc per settori di attività. Faccio l’esempio della gestione della viabilità. Il passaggio delle competenze dall’Anas alla Regione e poi alla Provincia ha consentito di dimezzare i costi di gestione, migliorando la qualità degli interventi e avvicinando gli utenti al gestore. Vogliamo riprendere la strada opposta e magari creare un Anas regionale ? Auguri.
Per non parlare dei problemi relativi al trasferimento delle pratiche in corso a enti che non hanno le professionalità adeguate a trattarle, delle problematiche di riattribuzione dell’immenso patrimonio immobiliare e mobiliare delle Province, dell’inserimento del personale provinciale nei nuovi ruoli con tutti i problemi connessi di inquadramento, di valutazione, di riorganizzazione conseguenti.
L’effetto ovvio sarebbe il caos gestionale con enormi diseconomie di scala perché gli stessi comuni si dovrebbero dotare di strutture tecniche che non hanno, oppure per risparmiare dovrebbero creare un nuovo ente di natura consortile (con i relativi costi e le difficoltà che anche in questi giorni abbiamo sotto gli occhi) per affidare ad esempio lavori di manutenzione che hanno caratteristiche omogenee.
Questa è la situazione. Ma la domanda che oggi dovremmo farci è la seguente : come è possibile che si sia arrivati ad una situazione come questa, senza che nessuno e dico nessuno, abbia avuto niente da eccepire ?
(Avrei voluto porre questa domanda ai nostri parlamentari, che oggi non sono qui perché impegnati nei lavori delle Camere)
Io credo che sia più che legittimo mettere in discussione l'esistenza delle Province, ma solo nel contesto di un progetto serio e approfondito che punti a ridisegnare l’intera geografia istituzionale dello Stato, perché in tema di sprechi e di inefficienze, la distinzione non è tra Comuni, Province, Regioni e Stato; bensì tra comuni virtuosi e comuni dissoluti, tra province efficienti e province sprecone, e così via per le Regioni e soprattutto – anche se dispiace doverlo dire da questa sede - per gli organi centrali dello Stato.
Uno degli errori più gravi che si fanno oggi, sotto la spinta della legittima rabbia dei cittadini di fronte alla situazione drammatica con la quale ci troviamo a dover fare i conti, è quello di pensare che l'oggetto del contendere sia di origine recente.
In realtà, da circa 150 anni nel nostro Paese si stanno scontrando due diverse e contrapposte concezioni sulla organizzazione istituzionale da dare all'Italia.
Una è quella centralista, che si è ormai dimostrata perdente sul piano economico, sociale e culturale. Tendenza che fu sconfitta all’inizio degli anni ’90 e che fece da premessa al rilancio delle autonomie locali e poi al decentramento amministrativo; e infine alla riforma del titolo V° della Costituzione
L’altra è quella federalista, nel giusto modo di intendere questa prospettiva. Gli spiriti migliori del nostro Paese hanno creduto che fosse da riconoscere nella multiformità dell’Italia la sua vera forza; che nel valorizzare le autonomie si trovi la via per una politica migliore capace di riscattare il Paese dai suoi problemi più annosi. E l’unico possibile federalismo negli anni ‘2000 è l’Italia dei Comuni e delle Province, come soggetto fondamentale di una Europa delle Regioni.
E a proposito di Europa, è utile ricordare che il modello dell'articolazione dell'amministrazione pubblica in regioni, province e comuni si ritrova, con sostanziali affinità, nell'ordinamento giuridico delle principali democrazie europee.
Le economie di scala e l'ottimizzazione delle funzioni si possono ottenere in modo più razionale e credibile, non sopprimendo le Province, bensì riconoscendo il ruolo che a loro spetta in base alla Costituzione, portando finalmente a compimento il processo, già da molti anni in atto, di trasferimento di competenze e funzioni.
Semmai sono da eliminare – come vado dicendo sin dalla mia campagna elettorale - gli enti di 2° grado (consorzi, società, agenzie, ato…) in eccesso, che sono fuori dal controllo dei cittadini ed aumentano i costi anziché ridurli. Enti, che in caso di soppressione delle Province, si moltiplicherebbero, con buona pace degli inviti al risparmio.
A questo proposito, non mi sembra utile sprecare molte parole sul tema dei risparmi presunti derivanti dall’abolizione delle Province. Dopo che si è detto di tutto, fino a carpire la buona fede degli italiani con raccolte di firme fatte raccontando menzogne colossali, voglio solo leggervi – se me lo consentite – quello che sta scritto sulla stessa Relazione Tecnica che accompagna il Decreto Monti:
“Considerando che le risorse umane, finanziarie e strumentali rimangono legate alle funzioni che si trasferiscono si ritiene di non stimare su tale versante – ovvero quello delle Province - risparmi di spesa Il risparmio di spesa associabile al complesso normativo in esame - 65 milioni di euro lordi – è destinato a prodursi dal 2013 e peraltro in via prudenziale non viene considerato in quanto verrà registrato a consuntivo”.
In una manovra da 25 miliardi, la brutale trasformazione delle Province non produce, dunque, alcun risparmio certo, per stessa ammissione di chi l’ha decisa. E io aggiungo, che anche considerato che il risparmio reale siano i 65 milioni lordi indicati nella relazione per il 2013, questo significherebbe che ogni italiano risparmierebbe poco più di un Euro all’anno.
Del resto gli italiani cosa pensano delle Province e dei loro Presidenti, lo hanno detto con chiarezza anche nel recente sondaggio pubblicato da Il Sole 24 Ore, dove 93 Presidenti su 107, stanno sopra la soglia del 50% di gradimento da parte della gente. Lasciamo stare le graduatorie dei più o meno bravi, ma credo che questo dato generale debba essere sottolineato.
Mi fermo qui. Non credo di dover aggiungere altro. Mi scuso se ho rubato qualche minuto di troppo e chiudo con una domanda che vorrei rivolgere a tutti i rappresentanti del sistema locale.
La domanda che vorrei lanciare da questi scranni che da oltre un secolo ospitano la massima assiste provinciale è questa: ma siamo davvero convinti che questa rozza riforma delle province sia utile al territorio ?
Siamo certi che i nostri comuni, le nostre aziende, i cittadini tutti hanno qualcosa da guadagnare da questo passaggio?
Siamo certi che, una volta saltato l’anello istituzionale, non vada per aria l’intero sistema provinciale : Camera di Commercio, associazioni di categoria, etc… ?
Siamo certi che un territorio periferico e spesso – secondo me a torto – ritenuto dimenticato dalla Regione, abbia qualcosa da guadagnare nello spostamento al livello regionale di decisioni strategiche per il suo sviluppo ?
Io una risposta me la sono data. Non solo non abbiamo alcuna certezza che la comunità locale possa guadagnare qualcosa da questa trasformazione della Provincia, ma abbiamo la certezza che – almeno per un arco temporale di 3 o 4 anni –il territorio vedrà bloccata la macchina degli investimenti in infrastrutture fondamentali quali strade, scuole, opere di difesa del suolo. Abbiamo la certezza che i 40 milioni di Euro riversati sul territorio dalla Provincia quest’anno per gli investimenti, diverranno una chimera. E abbiamo anche la certezza che i 170 milioni di Euro di risorse extra-bilancio attratte sul territorio dalla Provincia, a favore di aziende o di altri soggetti, nel corso del precedente quinquennio amministrativo, resteranno un ricordo.
Di questo stiamo parlando oggi. Questi sono i fatti. Su questi fatti e su queste domande credo che la comunità locale meriti delle risposte da tutti noi.
In allegato, l'ordine del giorno dei Consigli provinciali del 31 gennaio 2012 e il dossier "Province-funzioni-costi- dell'Upi

